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OPINIONI

No, il classico non è l’unica scuola che insegna a pensare

Gli ultimi anni hanno visto un costante calo delle iscrizioni al liceo classico. Al netto di una piccola sorpresa nel 2025/2026, i nuovi dati del MIM link esterno confermano la diminuzione complessiva degli iscritti, anche in relazione agli altri licei. L’indirizzo che per decenni è stato considerato il percorso della futura classe dirigente, insomma, attraversa una crisi di cui si parla da tempo e per la quale ancora non ci sono soluzioni condivise.

Nel dibattito interviene anche Enrico Galiano, che adotta una prospettiva differente. Secondo lo scrittore e docente, infatti, il problema non riguarda il valore del liceo classico ma l’idea che sia l’unica scuola capace di sviluppare il pensiero critico degli studenti. Un presupposto che merita di essere messo in discussione, soprattutto se si vuole comprendere davvero cosa stia cambiando nella percezione delle famiglie e dei ragazzi.

La crisi del liceo classico

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I dati pubblicati dal Ministero dell’Istruzione e del Merito sulle iscrizioni per il 2026/2027 fotografano una situazione abbastanza chiara. Il liceo rimane la principale scelta delle famiglie, rispetto a tecnici e professionali, ma con un peso che varia molto a seconda degli indirizzi.

Da questo punto di vista, lo scientifico è in testa con 69 mila iscritti, seguito dal liceo delle scienze umane e dal linguistico con 41 mila e 40 mila iscritti rispettivamente. In coda c’è il liceo classico, con poco più di 27 mila iscritti, in diminuzione rispetto all’anno scorso e segno di una crisi che non accenna a rallentare.

Di fronte a questa situazione, sono diversi gli esperti che si ergono a difesa del classico. Secondo Piergiorgio Odifreddi si tratta di una scuola che insegna ciò che serve per non essere servi, mentre per Silvia Avallone insegna a diffidare dalle trappole dell’epoca contemporanea.

Questa consapevolezza non è tuttavia sufficiente a garantire un elevato numero di iscritti. E per alcuni sarebbe anche arrivato il momento di rimuovere la sua aura di esclusività, cioè l’idea secondo cui il liceo classico rappresenti per definizione il percorso più nobile, più formativo o più alto degli altri. Un’immagine che oggi, per molti, non appare più necessaria.

Non solo al classico

A parlarne è Enrico Galiano in un intervento su Il Libraio link esterno, in cui critica la percezione attuale che vede il liceo classico in cima alla classifica delle scuole superiori, seguito dallo scientifico e poi da tutti gli altri indirizzi. Così non è, sostiene il docente e scrittore, e bisogna rendersene conto anche per il bene del liceo classico stesso.

Certo, studiare il latino e il greco richiede disciplina, capacità di analisi e precisione, ma convoca anche altre competenze che permettono di migliorare il pensiero critico. Ma non è tutto qui. Continua Galiano:

Il pensiero critico non nasce da una materia specifica, ma dal tipo di attività cognitive che metti in pratica. Analizzare, confrontare, interpretare, argomentare. Sono processi mentali che puoi allenare traducendo Tucidide, certo, ma anche risolvendo un problema di fisica o interpretando un testo giuridico.

È questo il punto decisivo del ragionamento: il pensiero critico non dipende automaticamente dal contenuto che si studia, ma dal modo in cui si impara a ragionare su quel contenuto. Lo stesso discorso si può fare anche per lo studio di lingue diverse dall’italiano, per la progettazione di un circuito elettrico o per la programmazione di un algoritmo. Non è un problema del “cosa” ma del “come”. E in questo il liceo classico non è certamente l’unica scuola adatta a insegnare il pensiero critico.

La “rivincita” di tecnici e professionali

Questo ragionamento, secondo Galiano, porta a rivalutare percorsi spesso considerati secondari nel sistema scolastico italiano. Anche gli istituti professionali e tecnici richiedono infatti processi cognitivi complessi per molte delle competenze richieste, come abbiamo visto nel paragrafo precedente.

Formulare ipotesi da testare, verificare il funzionamento di un meccanismo, correggere i problemi in corso d’opera non sono quindi prerogative del liceo classico, ma di tutti gli indirizzi. In altre parole, anche i percorsi che tradizionalmente vengono considerati più pratici o meno prestigiosi mettono in gioco forme di ragionamento tutt’altro che semplici.

Allo stesso tempo, però, conclude il docente e scrittore, non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca:

Il liceo Classico è una scuola straordinaria. Quello che è molto meno straordinario è l’idea che sia l’unica capace di insegnare a pensare. Se fosse davvero così, dovremmo concludere che il 95% degli italiani non ha mai imparato a usare la propria testa. Ecco, forse prima di dirlo dovremmo fare un piccolo esercizio di logica.

Il vero problema è un sistema che, a un secolo dalla Riforma Gentile, continua a portarsi dietro una gerarchia fra indirizzi scolastici che si vuole simbolica ma produce effetti reali. Produce cioè aspettative, giudizi e pregiudizi che finiscono per orientare le scelte delle famiglie e il valore attribuito ai diversi percorsi. In fondo la questione non riguarda quale scuola sia la migliore, ma la più adatta agli interessi e alle capacità degli studenti. Obiettivo non da poco.

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