L’abuso dei dispositivi elettronici e l’esposizione eccessiva agli schermi stanno cambiando le nuove generazioni in modo profondo. Non si tratta soltanto di problemi sociali e relazionali, ma anche di conseguenze neurologiche e fisiche che riguardano i circuiti della ricompensa dopaminergica e la salute visiva.
A parlarne è Alberto Pellai durante un convegno organizzato da Assopto Milano Acofis
. Nel suo intervento, lo psicoterapeuta traccia un quadro lucido e per certi versi inquietante delle implicazioni sociali, cognitive e fisiche che derivano dal consumo eccessivo di schermi e social media. Con un messaggio chiaro: di fronte a un fenomeno che appare sempre più diffuso e difficile da arginare, è essenziale ripensare il ruolo educativo dei genitori.
Il meccanismo della dopamina
Per capire perché molti giovani arrivino a sviluppare forme di dipendenza da social network e smartphone, sostiene Pellai, bisogna comprenderne il funzionamento. Il mondo digitale è progettato per offrire gratificazioni immediate: ogni “like”, ogni video visualizzato sui social, ogni partita a un videogioco possono innescare una risposta del sistema della ricompensa nel cervello.
E questo neurotrasmettitore, strettamente legato ai meccanismi della motivazione e della ricompensa, può contribuire alla formazione di un circolo vizioso che rende la realtà quotidiana meno stimolante agli occhi degli adolescenti, spingendoli a cercare altrove livelli sempre maggiori di gratificazione. Continua lo psicoterapeuta:
Quando fai qualcosa che fa produrre dopamina, la dopamina ti dice di non smettere di farlo, e quindi si instaura un circolo vizioso per cui ti ritrovi dentro a una sorta di comportamento catena che ti ingabbia in una dipendenza. Questo oggi è un tema gigantesco per tutto il mondo adulto e per i genitori.
Alberto Pellai non è certo l’unico ad aver collegato i meccanismi della ricompensa dopaminergica all’abuso delle nuove tecnologie. Anche per Daniela Lucangeli, psicologa dello sviluppo e relatrice di EducAbility, il nodo centrale della dipendenza da smartphone riguarda proprio il modo in cui la ricompensa dopaminergica rende alcuni comportamenti particolarmente gratificanti e quindi più difficili da interrompere.
Non stupiscono allora l’aumento dei ricoveri in neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza e le crisi di astinenza dovute alla scelta dei genitori di togliere il telefono ai figli.
L’epidemia di miopia
L’analisi di Alberto Pellai non si ferma qui, perché riguarda anche un’altra possibile conseguenza associata all’uso eccessivo della tecnologia e, in particolare, degli schermi dei dispositivi elettronici. Secondo lo psicoterapeuta, infatti, è oggi in corso una vera e propria epidemia di miopia, ossia un aumento significativo dei casi di miopia tra bambini e adolescenti.
Se in Italia questa condizione interessa circa il 35% dei bambini, in Paesi come Singapore e Taiwan si arriva rispettivamente all’80% e al 90%. E questo dato, secondo Pellai, non può essere spiegato soltanto da fattori genetici, ma chiama in causa anche le abitudini quotidiane:
Il cervello di chi cresce è il risultato delle interazioni che ha con l’ambiente, degli stimoli che gli forniamo e delle relazioni che vivono. I bambini miopi oggi sono bambini che in realtà hanno un normalissimo potenziale di visione da lontano. Sono nati con la capacità di poterlo fare, ma si allenano poco perché avendo sempre in mano uno schermo guardano tantissimo a distanza ravvicinata.
Anche in questo caso si tratta di conoscenze che la comunità scientifica studia ormai da tempo, ed è difficile non condividere lo stupore di Pellai nel descriverne gli effetti. I bambini oggi finiscono spesso per “non tenere alto lo sguardo sulla vita, non cercare la linea dell’orizzonte”, ma per mantenere lo sguardo costantemente rivolto verso il basso. Sul telefono, naturalmente.
Il ruolo dei genitori
In un contesto del genere, la scuola svolge una funzione importantissima ma non può essere lasciata da sola. Un ruolo altrettanto decisivo è quello delle famiglie, che devono necessariamente introdurre mediazioni educative tra i propri figli e l’iperstimolazione prodotta da social network, videogiochi e dispositivi elettronici.
E allora bisogna smettere di utilizzare la tecnologia come una sorta di “baby-sitter digitale”, ma anche evitare di trasformare alcuni dispositivi in regali quasi automatici. Pellai cita l’esempio degli smartphone regalati per la comunione, che rischiano di esporre i bambini ai social media e alle loro dinamiche molto prima che abbiano sviluppato gli strumenti necessari per gestirli in modo consapevole.
Insomma, l’appello non riguarda soltanto la proposta di vietare i social ai minori di 15 o 16 anni, come l’esperto ha già sostenuto in passato. In aggiunta, è fondamentale considerare seriamente tutte le conseguenze che un uso eccessivo e non regolato della tecnologia può avere nella vita dei figli. Conseguenze che, inevitabilmente, saranno proprio loro a pagare nel lungo periodo.









