Fra i momenti più importanti della vita scolastica c’è sicuramente quello del colloquio fra docenti e genitori. Si tratta di uno spazio in cui ci si confronta sul percorso degli studenti, ma che oggi presenta delle criticità, soprattutto se un genitore inizia a registrare il colloquio con il docente per poi pubblicare tutto su Internet.
L’avvocato Alessandro De Martino, molto attivo nella divulgazione sui social, analizza un caso concreto avvenuto in una scuola, cercando di tracciare i confini di ciò che è lecito e ciò che invece non lo è. A noi, invece, tocca una riflessione sulla crisi del rapporto fra insegnanti e genitori, che sempre più spesso passa anche da un uso improprio della tecnologia e può avere ricadute negative sulla crescita degli studenti.
Registrare un interlocutore è possibile
De Martino, nel suo video Facebook
, racconta brevemente il caso: un insegnante si è rivolto a lui perché un genitore lo ha registrato durante il colloquio e ha pubblicato il video sui social. L’avvocato chiarisce subito un punto: registrare una conversazione a cui si sta partecipando non integra alcun reato o illecito, anche quando non si informa l’interlocutore della registrazione. E continua:
Guardare, la registrazione di nascosto è legittima, si può fare, e può essere anche utilizzata per scopi difensivi personali. Naturalmente, se quella registrazione riguarda gli interlocutori che stanno registrando. Diversamente, sarebbe una intercettazione ambientale, che il singolo privato non può fare.
Il punto tecnico fondamentale è la distinzione fra registrazione e intercettazione. La prima avviene quando chi registra è presente e partecipa al colloquio, mentre la seconda avviene quando si registra una conversazione tra altri soggetti senza esserne parte. In questo caso si tratta di un’attività vietata dalla legge.
Di per sé, quindi, il genitore non ha fatto nulla di illecito nel registrare il proprio colloquio con il docente. In quanto partecipe alla discussione, ricorda De Martino, ha il diritto di effettuare registrazioni anche per eventuali scopi difensivi personali. Il problema arriva dopo, con la pubblicazione sui social.
ma Pubblicare le registrazioni no
Se registrare è spesso un proprio diritto, diffondere senza consenso è quasi sempre un illecito. Come lo stesso avvocato ricorda, infatti, entrano in gioco sia il GDPR, cioè il regolamento europeo sulla protezione dei dati personali, sia la normativa italiana sulla privacy. Continua De Martino:
Diffondere la registrazione sui social naturalmente non è possibile. Farlo integra delle gravi violazioni del GDPR e della privacy, soprattutto sui social che oggi sono equiparati alle testate giornalistiche.
Parliamo quindi di Facebook e Instagram, social media per antonomasia, ma anche dei gruppi WhatsApp e di altre app di messaggistica. La pubblicazione trasforma un atto potenzialmente legittimo, come la registrazione a fini personali, in una violazione dei dati personali, anche quando il volto è oscurato, come avvenuto nel caso raccontato dall’avvocato.
In uno scenario del genere, bastano anche la riconoscibilità della voce, le caratteristiche del contesto o riferimenti specifici a rendere identificabile una persona. In questo caso il docente.
Fra privacy e diffamazione
Un conto è la violazione della privacy, un conto è la potenziale diffamazione a cui va incontro chi pubblica registrazioni di un’altra persona, soprattutto quando le parole vengono estrapolate dal contesto o accompagnate da commenti che possono ledere la reputazione del docente. Il punto tuttavia è anche un altro.
La vicenda raccontata da De Martino si è chiusa con una semplice diffida, ma l’episodio racconta di come i rapporti a scuola siano cambiati radicalmente negli ultimi anni. Un tempo l’insegnante era una figura a cui si guardava con rispetto, per il ruolo educativo svolto nella crescita dei figli, mentre oggi accade sempre più spesso il contrario.
D’altronde non si tratta del primo caso di ingerenza nelle dinamiche scolastiche. Fra registro elettronico, iperprotezione dei figli e ricorsi contro le pagelle, non stupisce che molti vogliano i genitori fuori dalla scuola.
Questi ultimi si percepiscono sempre più come clienti che devono monitorare l’operato di un fornitore di servizi, pronti a scatenare la gogna mediatica per ogni valutazione non gradita. E dimenticando il loro ruolo che, al pari della scuola, non dovrebbe avere come fine la soddisfazione personale immediata, ma qualcosa di più alto: la crescita educativa dei figli.









