Filippo Caccamo non è nuovo a riflessioni sulla scuola contemporanea. Docente e comico, da anni racconta il mondo dell’istruzione alternando ironia a critica sociale, con l’obiettivo di mettere a fuoco questioni vissute ogni giorno da insegnanti, studenti e famiglie.
Proprio di recente, ospite al PoretCast di Giacomo Poretti
, Caccamo ha parlato di uno degli strumenti più discussi degli ultimi anni in ambito scolastico. Definito senza mezzi termini come il “male assoluto”, il registro elettronico diventa il simbolo di una scuola in cui controllo e burocrazia hanno la meglio sulle relazioni umane.
un “male assoluto”
Definito come un amore tossico tra figli, docenti e genitori, da anni il registro elettronico anima le coscienze, e non in modo positivo. Le sue ricadute nei rapporti fra scuola e famiglie hanno addirittura portato alcune scuole a sospenderne l’uso, come avvenuto in realtà diverse come Firenze e Canicattì.
Durante il PoretCast, Filippo Caccamo si è unito al coro di critiche nei confronti del registro elettronico, analizzandone le problematiche fra serio e faceto:
Il registro elettronico è il male assoluto. Toglie ai ragazzi la cosa più bella del mondo: bigiare. […] Adesso se sei assente dopo dieci minuti viene segnato sul registro e la mamma ti chiama subito. È tutto controllato.
Lungi dal costituire un’apologia dell’assenza ingiustificata da scuola, il messaggio è chiaro: non c’è più alcun margine di libertà. Libertà anche di sbagliare e, come conseguenza dello sbaglio, imparare qualcosa.
Le responsabilità dei genitori
Al contrario, i genitori finiscono per controllare tutta la vita scolastica dei loro figli, che di conseguenza saranno portati a forme più estreme di disubbidienza e di ricerca di spazi per se stessi.
A una scuola più sorvegliata, poi, non corrisponde necessariamente un approccio educativo più efficace: qualcosa di cui tutti stanno cominciando a rendersi conto. A confermarlo sono le stesse parole di Filippo Caccamo, che dopo il registro elettronico menziona anche il ruolo dei genitori:
Io credo che la questione sia la frustrazione. Noto una proiezione costante della frustrazione del genitore nei confronti del figlio. Tendono a controllarlo affinché non faccia gli stessi errori che hanno vissuto loro. Questo controllo ossessivo per far avere successo al figlio porta i ragazzi ad avere aspettative troppo irreali.
Come direbbe Matteo Lancini, i genitori vogliono che i figli siano se stessi ma a modo loro, contribuendo di fatto a creare quel disagio giovanile di cui tanto si parla. E che sempre più spesso può sfociare anche in episodi di violenza a scuola, bullismo, cyberbullismo, abbandono scolastico, e così via.
Cosa serve davvero alla scuola
Si tratta di un meccanismo che alimenta le pressioni sugli adolescenti, con aspettative irrealistiche e una scuola basata sulla competizione. Questo modello trova nel registro elettronico uno strumento che favorisce il controllo pur predicando la privacy, a discapito del percorso di crescita degli studenti che dovrebbe costituire l’unico vero obiettivo dell’educazione.
Cosa fare allora?
Parlare di un cambio di atteggiamento da parte dei genitori è necessario, certo, perché molte delle criticità emergono in rapporto alle ingerenze delle famiglie, ma potrebbe non bastare. Fra iperprotezione dei figli e ricorsi in punta di diritto, non è sufficiente chiedere che i genitori vadano fuori dalla scuola.
Al contrario, serve una modernizzazione della stessa scuola, nel suo funzionamento e nel ruolo dei docenti, che devono essere messi in condizione di fare bene il loro lavoro.
Da una scuola del registro elettronico, insomma, si dovrebbe arrivare ad una scuola delle interazioni. Sono meno misurabili con i dati tradizionali, certo, ma possono davvero apportare benefici “incalcolabili”.









