Si allarga la rosa dei Paesi che hanno introdotto restrizioni all’uso degli smartphone e dei social media per i più giovani. Dopo Australia e Francia, che hanno approvato divieti veri e propri, e la Germania, che sta valutando una normativa in tal senso, si aggiunge anche la Turchia. Con alcuni elementi innovativi rispetto agli altri Stati.
Il governo di Ankara ha infatti deciso di vietare ai minori di 15 anni l’accesso ai social media e di introdurre restrizioni anche per le piattaforme di gaming come Roblox e Steam. Si tratta di una tendenza che si sta consolidando sempre di più in Europa e nel mondo, come testimoniano questi e altri casi. Ma è davvero il modo giusto per educare i giovani all’uso responsabile della tecnologia? E quale ruolo dovrebbe avere la scuola?
SOCIAL MEDIA VIETATI ANCHE IN TURCHIA
A riportare la notizia è Il Post
, che spiega anche i contenuti della riforma. Il divieto di accesso ai social per i minori di 15 anni, approvato dal Parlamento turco, non si limita a imporre restrizioni ai più giovani, ma interviene anche nei confronti delle multinazionali della tecnologia. Attraverso una serie di obblighi tecnici, come:
- verifica dell’età degli utenti attraverso strumenti affidabili, per impedire l’accesso ai minori di 15 anni;
- strumenti di controllo parentale, perché i genitori possano gestire l’uso delle piattaforme e approvare i pagamenti;
- rimozione dei contenuti pericolosi entro un’ora, per le piattaforme con oltre 10 milioni di utenti al giorno.
La parola chiave sembra quindi essere “controllo”, che si presta tuttavia a più di un’interpretazione, soprattutto considerando il caso turco. Come accennato nell’introduzione, le restrizioni riguardano anche piattaforme come Roblox e Steam, che potranno consentire l’accesso ai minori soltanto se i videogiochi saranno correttamente classificati per fascia d’età.
IL DIVIETO SI ALLARGA ANCHE IN EUROPA
Il divieto approvato in Turchia entrerà effettivamente in vigore sei mesi dopo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Nel frattempo, diversi Paesi europei si stanno muovendo in una direzione simile, ossia verso restrizioni più o meno ampie all’uso dei social media da parte dei minori.
L’approccio della Spagna, per esempio, punta a obbligare le piattaforme ad adottare sistemi efficaci per la verifica dell’età. In aggiunta, sono previste anche responsabilità legali per i gestori e l’introduzione di un reato per chi manipola gli algoritmi allo scopo di diffondere contenuti illegali.
Se in Spagna il divieto riguarderà i minori di 16 anni, quello che l’Austria intende introdurre si rivolge ai minori di 14 anni. Da questo punto di vista, l’approccio austriaco si distingue anche per la volontà di affiancare alle restrizioni specifici corsi di educazione digitale nelle scuole.
Il caso della Danimarca è, infine, particolarmente interessante. Per anni, il Paese del Nord Europa è stato uno dei modelli per l’integrazione della tecnologia a scuola. Di recente, invece, ha scelto un approccio diverso, che prevede il ritorno a una didattica più tradizionale e restrizioni all’accesso ai social per i minori di 15 anni.
IL RUOLO DELLA SCUOLA E IL MODELLO ITALIANO
Se la tendenza è comune, le strade percorse possono essere anche molto diverse fra loro. Per esempio, in Italia non c’è ancora un divieto generalizzato di accesso ai social media per tutti i minori di 14, 15 o 16 anni. L’approccio del nostro Paese sembra privilegiare, almeno per il momento, anche un ruolo attivo della scuola, come emerge dal monitoraggio sul digitale del MIM
, secondo cui:
- oltre 9 istituti su 10 hanno recepito il divieto di usare il telefono in classe;
- due scuole su tre hanno attivato moduli di educazione civica digitale;
- il ministero ha approvato 800 milioni di euro per la formazione dei docenti.
Inoltre, vanno considerati anche i 100 milioni di euro stanziati dal MIM per la formazione dei docenti sul tema dell’intelligenza artificiale. Un segnale della volontà di bilanciare, in qualche modo, entrambi gli aspetti, quello restrittivo e quello educativo. Si spera con successo. D’altronde, proibire non basta se non si offre un’alternativa sensata: ogni divieto dovrebbe essere accompagnato da una formazione specifica, sia per i docenti sia per gli studenti. Anche perché il futuro non si costruisce soltanto obbligando i giovani a tenere spento lo schermo, ma soprattutto insegnando loro ad accenderlo in modo consapevole. E con pensiero critico.









