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La rivista per la scuola e per la didattica
SCUOLA DIGITALE

Cosa ho scoperto da quando hanno vietato i cellulari a scuola

Del divieto di usare lo smartphone a scuola si è parlato tantissimo, e ancora oggi se ne continua a parlare. Fra provvedimenti ancora più rigidi adottati in diversi Paesi del mondo, Australia in primis, e dichiarazioni istituzionali che parlano di risultati incoraggianti, la questione resta tuttora centrale nel dibattito pubblico.

Se infatti Valditara sostiene che la stretta sull’uso del cellulare in classe sta funzionando, sarebbe bene anche capire cosa ne pensino gli studenti. E una risposta arriva dalla testimonianza di una studentessa all’ultimo anno di un liceo di Pomezia, intervistata da Rai Scuola. Giulia infatti non nega come all’inizio ci siano state difficoltà, a cui però è seguito qualcosa di nuovo e inaspettato.

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Non è certo un mistero che la stretta di Valditara sull’uso del cellulare a scuola abbia cambiato la quotidianità e modificato le abitudini degli studenti. Per molti ragazzi, ormai assuefatti all’uso dello smartphone durante tutta la giornata, l’impatto è stato tutt’altro che semplice.

Ed è proprio da qui che inizia il racconto di Giulia, la studentessa intervenuta ai microfoni di Rai Scuola link esterno, secondo cui al divieto è seguito un vero e proprio crollo. Niente schermi, niente notifiche, niente finestra sul mondo (degli altri) tramite social media: cosa fare di una giornata scolastica per ben sei ore, senza gli stimoli continui ai quali si è ormai assuefatti? Insomma, senza nulla da controllare?

Un disagio non da poco, che tuttavia è stato presto sostituito da qualcosa di diverso. L’assenza di distrazioni digitali, racconta la studentessa, ha permesso a Giulia e ai suoi compagni di stare più attenti durante le lezioni, con un aumento della concentrazione. E non è stato l’unico cambiamento.

Più concentrazione, più realtà

Il cambiamento più evidente non ha tuttavia riguardato soltanto l’apprendimento, bensì anche le relazioni fra gli studenti, che senza la mediazione di un dispositivo elettronico hanno assunto una dimensione diversa. Giulia continua raccontando di aver iniziato a notare alcuni dettagli, come volti o espressioni, che prima ignorava: e c’erano persino alcuni compagni che non aveva mai davvero osservato negli anni passati.

Un destino simile ha riguardato la ricreazione, con un maggior numero di interazioni reali che hanno sostituito il silenzio imbarazzante e le facce fisse sugli schermi del telefono. In più, se talvolta la forma scritta dei messaggi dà adito a equivoci e incomprensioni, parlando faccia a faccia si sono ridotti anche i conflitti.

D’altronde, questo discorso ha poco a che fare con l’idea che l’uso dei social possa aumentare la violenza e gli episodi di bullismo fra i giovani. La questione è un’altra, e riguarda l’impatto positivo che le relazioni analogiche possono avere sulla crescita dei bambini e dei ragazzi, a cominciare dalla scuola.

Tecnologia come supporto

A conclusione della sua riflessione, la studentessa intervistata da Rai Scuola parla anche della didattica moderna. Dire che lo smartphone non sia utile allo studio non ha senso: è uno strumento che può risultare estremamente efficace per compiti specifici, per esempio per ricerche sul web o per la consultazione di dati.

Non può tuttavia diventare il fulcro dello studio, magari sostituendo la scrittura a mano e l’uso dei libri cartacei. E se persino la Danimarca sta tornando a forme più analogiche di apprendimento, pur senza rinunciare alla tecnologia, allora non può trattarsi di un caso.

Il messaggio che emerge dalle parole di Giulia è chiaro: scuola e tecnologia non sono incompatibili, ma serve regolare l’uso degli strumenti digitali con equilibrio. Magari ascoltando la voce degli studenti per comprendere l’impatto reale di queste politiche, e tracciando insieme a loro la strada verso il futuro.

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