Ogni stagione scolastica conosce il proprio momento di sbalordimento tecnologico, un passaggio nel quale si affaccia uno strumento capace di promettere un cambiamento radicale, una semplificazione decisiva, una trasformazione profonda delle pratiche didattiche, e nel quale si riattiva l’idea che sia finalmente arrivata la soluzione a problemi che la scuola si porta dietro da decenni.
Oggi questo momento coincide con l’avvento dell’intelligenza artificiale, che si presenta come uno strumento capace di scrivere, sintetizzare, spiegare, risolvere, tradurre, organizzare contenuti e rispondere a domande in tempi rapidissimi e con modalità “intelligenti”, suscitando un entusiasmo diffuso che rischia di trasformarsi in una nuova forma di attesa salvifica. Poiché la storia recente della scuola è costellata di innovazioni che, nel momento del loro ingresso in aula, hanno assunto un’aura quasi inevitabile, come se la loro presenza fosse sufficiente a produrre un miglioramento automatico, conviene prestare attenzione alla parabola che sta compiendo l’AI.
Nei primi anni Duemila il docente che non usava le slide sembrò da un giorno con l’altro un dinosauro, inoltre molti tra studenti e studentesse riuscirono a salvare più di una media matematica consegnando lavori costruiti al computer senza fare la fatica di comprenderne il contenuto, come racconta in modo esilarante Paola Mastrocola nei suoi libri di quasi venti anni fa. Vennero poi i social network, accolti subito come strumenti capaci finalmente di intercettare l’attenzione degli studenti, e così ci fu la rincorsa all’attività online, su Twitter ad esempio, il social considerato più serio, quello dell’informazione. Anche questa si rivelò un’infatuazione di cui non ricordarsi con grandi rimpianti. Lo strumento principe della digitalizzazione scolastica per gli studenti fu – ed è ancora! – il tablet, capace di reificare la promessa di una scuola finalmente leggera e connessa, addirittura simile a un ufficio – come se questa somiglianza dovesse essere invidiabile.
Ciascuna innovazione ha attraversato una fase di entusiasmo, una di diffusione e una di normalizzazione, fino a trovare una collocazione più ordinaria all’interno delle pratiche quotidiane, senza produrre quella trasformazione radicale che sembrava inizialmente garantita: le slide hanno oggi un destino che varia da docente a docente, ma è chiaro che non siano un elemento trainante per una buona lezione, ma un mero strumento; i social si sono autoeliminati, perché già troppo presenti in altri momenti della giornata, oltre che poco capaci di essere strumenti educativi; il tablet è ancora in auge, con tutti i rischi che comporta uno schermo rivolto agli occhi di studentesse e studenti, con buona pace dei docenti che controllano come e quando possono, ma non svolgono funzione di polizia.
L’intelligenza artificiale si inserisce in questa dinamica con una prepotenza inedita, perché non si limita a supportare alcune attività, ma sembra intervenire direttamente sui processi cognitivi offrendo risposte, producendo testi e organizzando informazioni, svolgendo così il lavoro di elaborazione richiesto agli studenti. In questa prospettiva, il rischio riguarda la tentazione – e la concreta possibilità – di delegare all’algoritmo una parte significativa del lavoro intellettuale rinunciando all’esercizio manuale e del pensiero. Infatti l’AI è un acerrimo nemico del lavoro autonomo, essendo in grado di soddisfare quantità e qualità di ciò che andrà restituito in aula il giorno successivo.
Molti esercizi tradizionali risultano pienamente eseguibili attraverso un algoritmo, senza che sia possibile distinguere con immediatezza il lavoro svolto dallo studente da quello prodotto dallo strumento; in realtà non è così complesso accorgersi di un utilizzo poco accorto (schemi argomentativi ricorrenti, frasi brevi, avversative, un certo lessico “abitato” dall’AI) ma per questo servono formazione, accortezza e una serie di conoscenze che devono essere rincorse dal corpo docente che, peraltro, potrebbe essere annoiato e infastidito da questa nuova richiesta di controllo, anziché di approfondimento culturale, pedagogico e didattico.
Il problema non può essere ridotto alla sorveglianza, perché un compito che può essere svolto integralmente da un sistema automatizzato è un compito che va ripensato in quanto non garantisce più alcun apprendimento: questo è uno snodo decisivo, anche alla luce del fatto che AI – questo è certo – non è una moda o un elemento transitorio, ma una nuova caratteristica della realtà con cui toccherà fare i conti sempre di più.
Si apre così una questione più ampia, che riguarda il rapporto tra produzione e apprendimento, perché la disponibilità di strumenti capaci di generare testi coerenti e corretti rischia di rendere inefficace qualsiasi consegna che sarà formalmente rispettata presentando un lavoro costruito da un BOT, senza che risulti una reale acquisizione di competenze. Oltre a questo scenario di totale disimpegno, è ancora più subdolo l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come supporto del quale si pensa di essere in controllo e a cui vengono lasciate “le chiavi” del sapere, della conoscenza, della coscienza. È una dinamica preoccupante per studentesse e studenti, ma lo è altrettanto per gli adulti che, in questo momento, sono totalmente asserviti alle risposte “cotte e mangiate” di ogni OpenAI per qualsiasi ricerca online, da una questione medica al costo del biglietto per i mezzi pubblici di una città lontana, fino ai modi per scrivere una mail di lavoro contenente informazioni sensibili che saranno date in pasto all’AI con straordinaria leggerezza.
Per queste ragioni, il primo passo necessario consiste nel chiarire la natura dell’intelligenza artificiale, che non può essere trattata come un soggetto dotato di intenzionalità o di comprensione, ma deve essere riconosciuta per ciò che è, vale a dire un sistema algoritmico capace di produrre risposte sulla base di modelli probabilistici, senza possedere consapevolezza, esperienza o capacità di giudizio. Questa consapevolezza rappresenta una condizione essenziale per evitare fraintendimenti che rischiano di attribuire allo strumento un’autorità che non può avere.
Ecco, dato che evidentemente la scuola sarà sommersa da intelligenza artificiale, istruzioni per l’uso e formazione di ogni tipo a riguardo, l’augurio è che i prossimi corsi di aggiornamento sull’AI per docenti non siano su dettagli tecnici come lo sviluppo di prompt – indicazioni, comandi – efficaci, o sull’osservazione di stupefacenti risultati grafici e sintetici, ma attività orientate alla presa di coscienza delle modalità di lavoro dello strumento, di come risponda di volta in volta e del motivo per cui si chiami seduttivamente “intelligenza artificiale”.
Va insomma trattata la prospettiva culturale attraverso la quale l’intelligenza artificiale è introdotta nella scuola, perché un approccio esclusivamente tecnico rischia di limitarsi all’uso dello strumento, contribuendo a dare origine a un abbaglio da rimanerne accecati, mentre risulta necessario affiancare una riflessione più ampia, che coinvolga dimensioni logiche, matematiche, linguistiche e filosofiche capaci di interrogare il funzionamento dell’algoritmo, il rapporto tra dati e conoscenza, la distinzione tra informazione e comprensione, il senso della parola intelligenza. Cominciamo?









