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OPINIONI

Scrivere a mano è fondamentale per il pensiero, ma stiamo dimenticando come si fa

Da più di quattro decenni la calligrafia non è più una disciplina obbligatoria a scuola, ma una scelta lasciata alla discrezione degli insegnanti. Non stupisce allora che molti abbiano smesso di insegnarla e, d’altronde, perché avrebbero dovuto? In un mondo che correva verso l’informatizzazione, sembrava aver perso il suo senso.

Inizia così la riflessione di Marco Belpoliti sul declino della scrittura a mano nella scuola di oggi, che insieme al corsivo è sempre meno utilizzata dagli studenti. Eppure, sostiene il critico e scrittore, rinunciare al gesto fluido della mano comporta un costo tutt’altro che trascurabile, perché riguarda direttamente lo sviluppo cognitivo.

una questione di fisiologia

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leggermente la spiga

Per capire l’importanza del corsivo, afferma Belpoliti su Repubblica link esterno, dobbiamo guardare al corpo e alla sua fisiologia. Scrivere in modo fluido non è infatti soltanto un atto di volontà, ma il risultato di una coordinazione anatomica che richiede tempo ed esercizio.

Scrittura a stampatello e scrittura in corsivo si distinguono anche da questo punto di vista. Se infatti il corsivo richiede una certa continuità nel pensiero di chi scrive, lo stampatello è composto da linee spezzate e curve isolate. In altre parole, è molto più semplice ma anche intellettualmente più povero. Continua Belpoliti:

La scrittura impegna l’intero corpo ed è un’esperienza singolare, unica: ogni scrittura è diversa dall’altra, e scrivere non è solo un’attività tecnica ma implica una pratica corporea di godimento.

Insomma, chi scrive a mano pensa meglio, ma non solo. È la scrittura in corsivo, sostengono psicoterapeuti e neurologi, a produrre gli effetti più profondi sull’apprendimento e sulla produzione linguistica. Proprio per questo è ancora più grave che oggi venga praticata molto meno rispetto al passato.

Il corsivo e la tecnologia

Nella citazione precedente Belpoliti richiama Roland Barthes, linguista e semiologo francese, che sottolinea l’importanza della scrittura come esperienza ed espressione personale. Ma cosa succede quando essa viene sostituita dalle tastiere digitali e dallo sguardo costantemente rivolto agli schermi? Da una parte ci sono gli effetti positivi della scrittura a mano sul pensiero e sull’uso della lingua; dall’altra, ben poco.

Proprio per questo colpisce l’approccio alla questione dei cosiddetti “guru” della tecnologia. Le grandi aziende del nostro tempo sviluppano algoritmi per automatizzare le nostre vite, piattaforme social e strumenti di intelligenza artificiale. Tuttavia i loro amministratori delegati, come dimostra il celebre esempio di Bill Gates e Steve Jobs, vietano ai figli l’uso di smartphone e tablet prima di una certa età.

La verità è che scrivere in corsivo, insieme ad altre attività manuali intese come strumenti didattici, favorisce lo sviluppo del problem solving, della memoria a lungo termine e della fluidità nella lettura. Si tratta, di conseguenza, di una pratica che consente una comprensione e una produzione linguistica più profonde.

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“è la cosa più personale che abbiamo”

A causa della pervasività delle nuove tecnologie, stiamo perdendo la componente tattile delle nostre azioni quotidiane. Siamo quindi meno recettivi e meno abili, continua Marco Belpoliti, segno di interconnessioni neuronali meno numerose e meno funzionali. Ma non è tutto:

A fronte delle immense possibilità cognitive offerte dalle tecnologie, quello che stiamo perdendo è prima di tutto il senso dello spazio, quello di essere dei corpi che si muovono in una estensione che non è una stanza o un appartamento, ma la superficie del mondo aperto intorno a noi.

Fra le conseguenze dell’erosione che la scrittura a mano subisce ormai da anni c’è anche una peggiore percezione dello spazio. E non è un caso che oggi tendiamo a camminare di meno e a muoverci di meno, preferendo sempre più interazioni mediate da schermi e dispositivi elettronici. È proprio questo il cuore dell’appello di Belpoliti, secondo cui “la scrittura è la cosa più personale che abbiamo”. Oltre a tutti i suoi benefici per il pensiero e l’apprendimento, è quindi in gioco qualcosa di ancora più importante: in un’epoca che tende alla standardizzazione, la nostra capacità di essere unici.

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