L’uso dello smartphone a scuola è diventato, anno dopo anno, uno dei grandi temi del dibattito scolastico. Per alcuni si tratta del male assoluto, o quasi, per cui è necessario un divieto fino ai 14 o addirittura ai 16 anni di età. Per altri costituisce un’opportunità di apprendimento, pur entro linee guida anche rigide. Nessuno ha tuttavia mai davvero analizzato come gli studenti usano il telefono quando sono a scuola, cioè in quali momenti e con quale frequenza, fino ad oggi.
Un nuovo studio pubblicato su JAMA Network Open
ha l’obiettivo di colmare questo vuoto. Il gruppo di ricercatori ha infatti condotto un’analisi del comportamento di 79 ragazzi fra gli 11 e i 18 anni, cercando di capire quali sono i contorni dell’uso dello smartphone a scuola, basandosi su dati oggettivi e non su semplici dichiarazioni. Con alcune conferme e qualche sorpresa.
Smartphone a scuola tra adolescenti
La prima criticità di uno studio del genere, così come di tutte le indagini sui comportamenti degli individui, è cercare di scindere la realtà dalla memoria, o dalla percezione che ciascuno ha di sé. Per evitare questo problema, i ricercatori hanno utilizzato i report dello Screen Time degli iPhone per un periodo di due settimane, cioè dati registrati automaticamente dai dispositivi. Si tratta di un metodo sicuramente meno aleatorio, che infatti ha restituito un quadro per certi versi sorprendente.
In una giornata scolastica che va dalle 8 del mattino alle 15, gli studenti hanno trascorso in media 2,22 ore sul telefono. Parliamo quindi del tempo in cui i ragazzi hanno preso il telefono per controllarne le notifiche o accedere ai social, sia durante le lezioni sia nei momenti fra una lezione e l’altra. In percentuale, le oltre due ore rappresentano però soltanto il 28,5% dell’uso quotidiano complessivo, che sfiora le 8 ore totali nell’arco dell’intera giornata.
Già così presentati, i dati dello studio riflettono un tipo di utilizzo molto più pervasivo e diffuso di quanto si possa pensare. Ma considerando le fasce d’età emergono contorni ancora più interessanti, che mostrano differenze significative fra preadolescenti e adolescenti:
- fra gli 11 e i 14 anni, i ragazzi usano il telefono per quasi 12 minuti all’ora;
- fra i 15 e i 18 anni, i ragazzi usano il telefono per quasi 24 minuti all’ora.
Durante l’adolescenza, l’utilizzo medio dello smartphone a scuola è il doppio rispetto alla preadolescenza. In entrambi i casi, la maggior parte del tempo impiegato a controllare il telefono è dedicato ai social media e alle app di intrattenimento, più che ad attività legate allo studio. Non un esito inaspettato.
problemi con l’attenzione
Il dato più impressionante dello studio è tuttavia un altro: durante l’indagine nessun partecipante è riuscito a ignorare del tutto lo smartphone durante l’orario scolastico, nemmeno per l’intera durata delle lezioni. Secondo i ricercatori, questo e gli altri risultati sono legati al rapporto fra l’utilizzo del telefono e il controllo cognitivo, ossia la capacità di mantenere alta l’attenzione su ciò che dobbiamo fare e di inibire gli impulsi di distrazione.
Che ci sia un generale calo dell’attenzione da parte degli studenti nella scuola moderna non è certo un mistero. Si tratta di una questione molto dibattuta in ambito scolastico, e da più parti si propongono diverse soluzioni nel tentativo di arginare il fenomeno. Gli studiosi aggiungono un ulteriore tassello alla comprensione del fenomeno: a creare danni non è tanto il tempo totale di uso dello smartphone, quanto la sua frequenza, cioè il numero di volte in cui viene controllato.
Detto in altri termini, non sono le 2 ore a scuola o le 8 ore al giorno di per sé, ma le continue interazioni. Per fare un esempio, durante l’orario scolastico uno degli studenti ha controllato per 65 volte il telefono. Queste piccole ma continue interazioni aumentano progressivamente la stanchezza mentale, contribuendo anche al calo di attenzione e alla difficoltà di mantenere la concentrazione. E, di conseguenza, ai peggiori risultati.
I divieti, da soli, non bastano
Al momento la ricerca non ha ancora definito un rapporto di causalità fra i due fenomeni, ma che vi sia una correlazione è indubbio. La frammentazione delle interazioni impedisce di attivare un apprendimento più profondo, necessario per affrontare i concetti più complessi, e questo può riflettersi sulla qualità dello studio. Di fatto determinando il peggioramento della preparazione degli studenti, tanto a scuola quanto nella vita lavorativa e nelle interazioni sociali.
Allo stesso tempo, i ricercatori non credono che un divieto tout court sia una buona soluzione al problema. Anzi, i divieti, se non accompagnati da concrete politiche scolastiche e da un’educazione all’uso consapevole, rischiano di essere inefficaci o addirittura controproducenti. Da questo punto di vista, lo studio offre una base solida per un dibattito più consapevole sulla questione.
Se infatti l’obiettivo ultimo è formare cittadini consapevoli, è prima di tutto fondamentale aiutare gli studenti a riprendere il controllo del proprio spazio mentale, imparando a gestire le distrazioni e a usare la tecnologia in modo intenzionale. Anche a scuola.









