Free cookie consent management tool by TermsFeed Generator
La rivista per la scuola e per la didattica
DIDATTICA

Che cos’è il Problem Based Learning

Il Problem Based Learning è una metodologia di insegnamento attiva che ha l’obiettivo di veicolare contenuti e competenze nel contesto della risoluzione di un problema, aspetto dal quale, peraltro, prende il nome. Le origini di questa metodologia risalgono all’ambiente medico statunitense della fine degli anni ’60, dove si osservò che anche gli specializzandi più brillanti avevano evidenti carenze in ambito pratico.

La soluzione parve ovvia: affiancare alla preparazione teorica una serie di laboratori pratici che potessero mettere gli studenti nella condizione di sperimentare la complessità dei problemi reali. In ambito didattico, il Problem Based Learning riprende questa origine: mettere gli studenti nella condizione di apprendere contenuti non a partire da uno studio teorico e astratto, ma dalla risoluzione di un problema, naturalmente connesso a contenuti disciplinari. Tale metodologia è dunque attiva perché, di fronte a un problema da risolvere, non esiste una sola soluzione, ma una gamma di possibilità che gli studenti, per lo più in gruppo, devono esplorare e valutare, proponendosi “attivamente” come risolutori di un problema.

Quando si parla di “didattica per problemi”

Anno scolastico 2025/26

Adotti un nuovo sussidiario?

Con i nuovi corsi del primo e secondo ciclo per la scuola primaria del Gruppo Editoriale ELi hai un vero e proprio Kit docente in esclusiva per te

kit docente 2024

Occorre preliminarmente chiarire un aspetto fondamentale, ossia: quando si parla di didattica per problemi in luogo di didattica per progetti (Project Based Learning) e in luogo di semplici esercizi. Partiamo dal primo caso; la didattica per progetti è quell’approccio attivo che, mediante la realizzazione di un progetto più o meno articolato, porta all’acquisizione di contenuti e competenze. Esempi di progetti possono essere: un podcast, una locandina, uno studio di caso, un video, un sito web e molto altro.

In questo contesto, il progetto è dato in anticipo, può essere deciso dal docente oppure concordato con gli studenti, ma in ogni caso il progetto è uguale per tutti i gruppi di lavoro. In altre parole: gli studenti non devono esplorare soluzioni possibili, devono piuttosto realizzare qualcosa a partire da una serie di vincoli, il più importante dei quali è la tipologia di progetto. Il secondo caso è l’esercizio; esso si configura, nella maggior parte dei casi, come la risoluzione abbastanza rigida di un protocollo appreso. In tali casi, lo spazio per la creatività, per il pensiero divergente, per la soluzione alternativa e magari anche inaspettata è pressoché nullo. L’esercizio non prevede, di norma, molte soluzioni e anche i protocolli di risoluzione sono spesso piuttosto preordinati.

La didattica per problemi, al contrario, mette gli studenti di fronte a uno scenario nuovo che richiede nuove soluzioni e non esclude che queste possano essere molteplici, tutte egualmente esatte, anche se magari non tutte egualmente efficaci. Questo è il classico scenario didattico di un Problem Based Learning.

Prerequisiti di un modulo in “didattica per problemi”

Prima di avviare

Una sperimentazione di tal genere, è opportuno che il docente, o l’educatore, rifletta sui seguenti aspetti, onde evitare il fallimento dell’esperienza. Verrà presa in considerazione la circostanza, non vincolante ma fortemente consigliata, di un modulo in didattica per problemi da far svolgere in gruppo.

Gestione della classe: Pensare di poter gestire studenti che lavorino insieme senza una vaga idea di come funzionino le dinamiche di gruppo potrebbe essere un errore di valutazione piuttosto grave. Non solo, nel Problem Based Learning è decisamente probabile che gli studenti propongano al gruppo tante soluzioni quanti sono i componenti del gruppo medesimo, pertanto le varie posizioni dovranno essere negoziate in modo costruttivo. Questo aspetto è tutto tranne che semplice e scontato, pertanto si consiglia di effettuare moduli in didattica per problemi solo dopo aver gestito tali dinamiche.

Studio dei prerequisiti: Uno degli aspetti progettuali più complessi per il docente è lo studio dei prerequisiti, ossia: occorre assegnare un problema che poggi su contenuti e competenze già in parte presenti negli studenti. In caso di sbilanciamento verso il basso, ci troveremo ad assegnare un esercizio; in caso di sbilanciamento verso l’alto, ci ritroveremo ad assegnare un problema troppo complesso e quindi non risolvibile. Occorre mettere in conto di poter sbagliare, anche più volte, in questo frangente; se ciò accade, è opportuno pensare a un momento intermedio in cui si ricalibra il problema e, magari, si danno spunti e suggerimenti ad hoc.

Analisi della zona di sviluppo prossimale: Parallelo al problema dei prerequisiti è quello della cosiddetta zona di sviluppo prossimale, ossia quell’area di intervento e conoscenza che, all’atto della somministrazione del problema, non è ancora raggiunta, ma si auspica raggiungibile proprio mediante lo svolgimento del problema dato. Anche qui, le prime volte non sarà semplice tarare questo aspetto, specie se siamo abituati a una didattica frontale ricca di esercizi e ripetizioni più o meno passive di contenuti da studiare.

Le fasi di un Problem Based Learning

Premesso che non esiste una ricetta unica per un buon Problem Based Learning, possiamo comunque dire che esistono dei protocolli collaudati che possono tornarci utili. Il seguente è uno di questi. Vediamo quindi le fasi in cui suddividere un modulo di didattica per problemi:

Introduzione: In questa fase, di certo breve, il docente spiega i confini del problema senza avanzare suggerimenti; chiarisce gli obiettivi didattici e trasversali e sonda le eventuali preconoscenze.

Compito: In questo secondo passaggio, l’insegnante non entra nel merito dei contenuti ma illustra e suggerisce i momenti salienti della ricerca che deve portare alla risoluzione del problema.

Risorse: Come si evince dal nome di questo passaggio, in questo caso il docente fornisce le risorse essenziali (possono essere bibliografiche, sitografiche o materiali), grazie alle quali avere dei buoni spunti di lavoro.

Processo: Anche in questo caso, si suggeriscono, specie se il problema è complesso e articolato, dei momenti da svolgere prima e altri da effettuare dopo; in classi abituate al Problem Based Learning questo aspetto potrebbe non essere necessario.

Suggerimenti: Se la classe mostra difficoltà, dopo un tempo di una settimana o due, il docente può fornire suggerimenti utili a portare avanti la risoluzione del problema.

Conclusione e valutazione: In questa fase, si confrontano le varie soluzioni e si procede alla valutazione sulla base degli obiettivi fissati; sempre formativamente opportuna e consigliabile l’autovalutazione.

Un capovolgimento della didattica tradizionale

Dato quanto premesso, potrebbe sembrare che tale metodologia possa essere molto simile alla didattica trasmissiva o alla risoluzione di un esercizio; in realtà siamo di fronte a un approccio molto diverso, per certi aspetti legato in modo diretto al celebre metodo sperimentale galileiano. Proviamo a elencare le principali differenze rispetto alla didattica frontale:

– Contesto reale: Nel Problem Based Learning si apprende sempre in contesti reali, magari simulati, ma reali; non avremo quindi a che fare con astrazioni o problemi puramente teorici.

– Precedenza alla pratica sulla teoria: Mentre il classico protocollo di insegnamento parte dalla teoria per arrivare all’esercizio, qui si parte dal problema per arrivare, semmai, a una generalizzazione successiva.

– Più soluzioni: Come detto, i problemi possono prevedere varie soluzioni e, anzi, talora possono anche non avere soluzioni; anche in questo caso, tuttavia, molti sicuramente saranno comunque i contenuti appresi.

– Creatività: Proprio perché le soluzioni sono numerose, è decisamente probabile che queste mettano in gioco anche la creatività degli studenti, aspetto non banale né secondario, anche in ordine a questioni di motivazione.

LEGGI ANCHE
Ogni insegnante dovrebbe conoscere Vygotskij, la sua zona di sviluppo prossimale è uno dei processi più affascinanti dell’apprendimento

Cosa si può concludere rispetto alla didattica per problemi? Di certo che è una metodologia molto sfidante che riesce a coinvolgere anche quegli studenti mediamente disinteressati, proprio perché è richiesta una componente creativa non sempre presente nei moduli di didattica tradizionale. Sicuramente questo approccio richiede molto tempo e non è adatto a chi volesse massimizzare la memorizzazione di tanti contenuti in ristrette unità di tempo; viceversa, il Problem Based Learning mette al centro una reale didattica per competenze che mira anche a lavorare sulle cosiddette soft skills.

Infine, lavorare con moduli di didattica per problemi aiuta gli studenti a confrontarsi con la complessità del reale, in altre parole mostra loro come anche un problema di semplice risoluzione abbia tali e tante varianti da essere visto e risolto sotto molteplici prospettive. Questa caratteristica di certo aumenta il coefficiente di difficoltà del problema, ma, contemporaneamente, mette tutti (o quasi tutti!) nella condizione di poter dire la propria in un determinato ambito, diminuendo fortemente la frustrazione che è spesso causa di demotivazione e abbandono.

CONDIVIDI L'ARTICOLO

ARGOMENTO

SI È PARLATO DI


Anche la Francia vieta i social ai minori di 15 anni, Macron esulta: “Finalmente protetti i nostri bambini”

Francia vieta i social

La Francia ha deciso di intervenire con forza sul rapporto fra minori e social media. L’Assemblea Nazionale ha infatti approvato un disegno di legge che introduce il divieto di accesso ai social per i minori di 15 anni. Si tratta di una misura che, pur dividendo l’opinione pubblica, non può essere certo definita una “sorpresa”. Con 130 voti a favore e soltanto 21 contrari, la proposta approvata ha reso la…

Schettini: “Gli insegnanti sono professionisti da rispettare, non avversari da denunciare se bocciano i propri figli”

professionisti da rispettare

Il rapporto fra genitori e insegnanti è sempre stato molto delicato, soprattutto oggi. Da un lato c’è il ruolo dell’istituzione scolastica, che deve educare e istruire i giovani; dall’altro c’è la necessità di costruire fiducia reciproca con le famiglie. E quando il patto si incrina, sono sempre gli studenti a pagarne le conseguenze. A riportare la questione al centro del dibattito è Vincenzo Schettini, docente e fondatore del progetto La…

La lingua italiana si sta impoverendo, troppo inglese e troppe parole orribili. È tutto in mano ai prof, ma hanno troppa burocrazia e poco tempo per la didattica

lingua italiana si sta impoverendo

La lingua italiana di oggi è molto diversa da com’era anche soltanto qualche decennio fa. È normale che un linguaggio naturale si trasformi, adattandosi ai cambiamenti sociali e culturali, ma non tutte le trasformazioni sono necessariamente positive. In un mondo sempre più globalizzato, il rischio è che l’evoluzione porti a impoverimento, perdita di precisione, rinuncia alla complessità. A sostenere questa posizione è Gian Luigi Beccaria, uno dei più autorevoli linguisti…

Un insegnante che conosce solo la propria materia non è un insegnante

propria materia

La scuola non è soltanto un luogo deputato all’apprendimento formale, ma spesso rappresenta uno dei pochi spazi in cui gli studenti possano vivere esperienze positive di socialità. Forse addirittura l’unico, se si considera l’impatto dei social media sulle nuove generazioni e sulle nuove forme di interazione mediata. A ricordare il ruolo della scuola è Daniele Novara che, in relazione alla crescente violenza giovanile, in un’intervista al Corriere della Sera critica…

Il registro elettronico è il male assoluto, ha reso i genitori ossessionati dal controllo

male assoluto

Filippo Caccamo non è nuovo a riflessioni sulla scuola contemporanea. Docente e comico, da anni racconta il mondo dell’istruzione alternando ironia a critica sociale, con l’obiettivo di mettere a fuoco questioni vissute ogni giorno da insegnanti, studenti e famiglie. Proprio di recente, ospite al PoretCast di Giacomo Poretti , Caccamo ha parlato di uno degli strumenti più discussi degli ultimi anni in ambito scolastico. Definito senza mezzi termini come il…

La Danimarca cambia idea sul digitale a scuola, tornano libri, quaderni e appunti scritti a mano

danimarca cambia idea sul digitale

Da anni i Paesi del Nord Europa sono considerati modelli di innovazione, soprattutto per quanto riguarda la didattica digitale. Alfabetizzazione tecnologica, uso di smartphone e tablet in classe, proiezione verso il futuro sono diventati nel tempo capisaldi di un certo modo di intendere la scuola. Eppure, qualcosa è cambiato. Di recente, la Danimarca ha deciso di ripensare la digitalizzazione dell’istruzione, promuovendo allo stesso tempo una riduzione strutturale dell’uso dei dispositivi…

Per Roberto Vecchioni l’Italia non è un paese per giovani perché non permettiamo loro di sbagliare e non li ascoltiamo nemmeno

Italia non è un paese per giovani

Roberto Vecchioni si è trovato spesso a parlare del ruolo delle nuove generazioni in un mondo sempre più complesso, del valore di una buona istruzione e del ruolo dei genitori. Di recente, lo ha fatto anche nel corso di una conversazione con Radio 105 e di un’intervista al quotidiano Il Mattino. Secondo il cantautore ed ex insegnante, è difficile considerare l’Italia un Paese per giovani: questi ultimi non solo non…

Parliamo tanto dei social vietati agli alunni, ma io li toglierei agli adulti, viste le cose che leggo

social vietati agli alunni

Nel corso di una recente intervista rilasciata al quotidiano Il Messaggero , Emanuela Fanelli ha condiviso con i lettori ricordi personali e riflessioni sul presente che stiamo vivendo. Si tratta di parole che colpiscono perché arrivano da un’attrice e comica amatissima dal pubblico, ma che affondano le radici in un’esperienza concreta, spesso poco conosciuta: quella da insegnante nella scuola dell’infanzia. Fanelli ha infatti raccontato il periodo in cui lavorava come…

“Mi fanno fare di tutto tranne che insegnare”: lo sfogo di un docente che vuole lasciare la scuola italiana

sfogo di un docente

“Sono un docente, e dopo vent’anni di carriera spesi a dare (e a sopportare) tutto per amore di ciò che amo, ho capito che vorrei cambiare lavoro”. Inizia così la lettera aperta che Marco Redaelli, insegnante di 45 anni, ha inviato al Corriere della Sera , in cui emerge con forza un malessere diffuso nella scuola italiana. Le parole di Redaelli non rappresentano infatti lo sfogo isolato di un singolo,…

Il latino era una lingua universale, forse anche meglio dell’inglese di oggi

lingua universale

Negli ultimi tempi si è tornati a parlare del latino a scuola, non soltanto al liceo classico e al liceo scientifico ma anche alle scuole secondarie di primo grado. In più occasioni, il ministro Valditara ha definito positivamente questo ritorno e dei vantaggi del suo insegnamento, ma in generale il dibattito appare ancora troppo legato all’idea di “utilità”. A offrire uno sguardo più profondo su quanto il latino sia importante…

Quaderni operativi di Geronimo Stilton

X