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EDUCAZIONE

Gratteri se la prende con i genitori: “Aggredite gli insegnanti, siete più scostumati dei vostri figli, è normale che non abbiano valori”

Nicola Gratteri parla di disagio giovanile ormai da anni, con un interesse e una lucidità che vanno ben oltre il suo ruolo istituzionale di procuratore capo di Napoli. Se infatti il nesso tra criminalità e fragilità minorile è evidente sul piano empirico e sociale, ciò che preoccupa è soprattutto il modello di società che i giovani si trovano a vivere, spesso senza strumenti adeguati per interpretarlo e affrontarlo.

Ospite a un convegno organizzato dalla Lumsa link esterno, Gratteri ha sottolineato il collegamento fra la crisi dei giovani e le responsabilità educative dei genitori. Se questi delegano alla scuola il compito di educare i figli, spesso poi ne mettono in discussione l’operato, entrando in conflitto con l’istituzione scolastica e indebolendone la funzione formativa, a svantaggio proprio dei ragazzi. Un problema risolvibile?

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Che esista una quota di responsabilità dei genitori nel disagio giovanile è difficilmente contestabile, ma a colpire è soprattutto il paradosso del fenomeno. Da un lato, i genitori rinunciano a esercitare in modo continuativo il proprio ruolo educativo, sperando che l’educazione arrivi da sola, magari attraverso la scuola; dall’altro lato, intervengono alla prima difficoltà o lamentela dei figli, “esercitando” così una funzione più reattiva che educativa.

Si tratta di una questione che Nicola Gratteri ha già affrontato in passato, stigmatizzandone l’assurdità, e sulla quale torna con giustificata insistenza nel convegno Lumsa:

Andare a scuola per difendere i figli è un errore, poiché mette in discussione l’operato educativo dei docenti. Io mi domando: chi educherà i genitori? Perché ci sono cinquantenni che sono più scostumati dei figli.

Dietro quella che può sembrare una provocazione c’è una realtà ben radicata: l’ingerenza dei genitori nella scuola è un fenomeno noto anche nel dibattito pedagogico, ma a sorprendere sono le ragioni profonde di questo comportamento. Secondo il sociologo Narciso Mostarda, i genitori sono spesso immaturi e finiscono per comportarsi da adultescenti, mentre lo psicologo Matteo Lancini parla di una nuova fase culturale, quella del post-narcisismo, che ridefinisce il rapporto tra genitori e figli.

“non sanno leggere e scrivere”

Il problema è risolvibile, certo, e molti individuano nella scuola una possibile risposta. Tuttavia, l’istituzione scolastica non può essere lasciata sola a svolgere una funzione educativa così complessa, che richiede una corresponsabilità tra scuola e famiglia. In altri termini, è fondamentale che anche i genitori recuperino pienamente la loro responsabilità educativa, nel senso più ampio e consapevole del termine.

Secondo il procuratore capo di Napoli, i genitori “devono parlare di più con i figli, ascoltarli soprattutto, non parlargli addosso, invitarli a posare il cellulare, giocare assieme”. Bisogna, insomma, intervenire prima che i giovani sviluppino forme di disagio che possono tradursi in comportamenti devianti, fino a sfociare in dinamiche di illegalità o violenza.

Come lo stesso Gratteri ha più volte sottolineato, gli alunni devono rispettare non soltanto i loro genitori ma anche i loro insegnanti, riconoscendone il ruolo educativo e formativo. Il collegamento tra scuola e famiglie non può essere quindi occasionale o superficiale, ma deve configurarsi come una vera alleanza educativa. In caso contrario, si apre la strada a un rischio ben più grave:

Abbiamo ragazzi che non sanno leggere e scrivere in lingua italiana. Le carceri minorili sono piene di analfabeti, e lo dico con dolore.

Un fallimento collettivo del sistema educativo e sociale, senza mezzi termini, che chiama in causa responsabilità diffuse e non riconducibili a un solo attore.

Cosa può fare davvero la scuola?

Prima di rispondere, è naturale chiedersi se davvero la scuola possa fare qualcosa, da sola, in un contesto così complesso. Continuamente appesantita dalla presenza ingombrante dei genitori, rallentata da procedure burocratiche e spesso limitata dalla scarsità di investimenti, la scuola si ritrova a operare con margini di intervento sempre più ridotti, pur mantenendo una funzione centrale nel sistema educativo.

Qui arriviamo al cuore del ragionamento di Nicola Gratteri, secondo cui l’Italia ha smesso di pensare in prospettiva: “bisogna pensare al medio e lungo periodo”, le sue parole. Ma ormai sono decenni che si guarda solo al breve termine, con una pianificazione insufficiente e conseguenze che si riflettono su tutti i livelli del sistema sociale ed educativo.

Il bersaglio implicito è anche la cultura dei social media, in cui ogni contenuto esiste nella misura in cui può essere consumato immediatamente, senza sedimentazione. Social media che, allo stesso tempo, per molti rappresentano una delle cause della crescente violenza fra i giovani, quando non contribuiscono direttamente alla costruzione di nuove forme di dipendenza.

“Non funziona così”, tuona il magistrato, e il punto è proprio questo: le emergenze sociali ed educative non si affrontano con interventi immediati e frammentati, ma con strategie di medio e lungo periodo. Magari coinvolgendo anche la scuola, ma in una posizione che le permetta di esercitare pienamente il proprio ruolo educativo, senza essere lasciata sola a reggere l’urto di problemi che appartengono all’intera società.

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