Gli ultimi anni hanno visto un rapporto sempre più pervasivo fra bambini e nuove tecnologie, un fenomeno difficile da affrontare ma anche complesso da comprendere. Ne ha parlato di recente Paolo Crepet, nel corso di un incontro al Teatro dell’Osservanza di Imola, in dialogo con la giornalista Marianna Aprile.
Il sociologo e psichiatra ha delineato un collegamento profondo tra progresso tecnologico e regresso emotivo, insieme a una consapevolezza amara. Secondo Crepet, infatti, stiamo rubando ai bambini il tempo del gioco, della noia e del mistero, sacrificandone la crescita sull’altare dell’algoritmo, cioè di un uso della tecnologia che riempie ogni spazio ma lascia poco spazio all’esperienza reale. Un mondo, quello digitale, che tende a proporre modelli perfetti e artificiali, lontani dalla complessità della vita vera.
Bisogna allenare il cervello
Come riporta Il Nuovo Diario Messaggero
, il ragionamento di Paolo Crepet parte dal modo in cui i bambini conoscono il mondo e dall’idea che il cervello non è statico e immobile. Al contrario, “il cervello è un muscolo: o lo alleni o si atrofizza”, una metafora che richiama il concetto scientifico di neuroplasticità, cioè la capacità del cervello di modificarsi in base agli stimoli.
Durante l’infanzia, infatti, il cervello vive una fase in cui ogni stimolo ambientale, ogni discussione, ogni attività può contribuire a formare e moltiplicare le reti neurali. Con le nuove tecnologie qualcosa di simile può comunque accadere, ma il rischio è che esse si sostituiscano del tutto alle esperienze sensoriali e relazionali, che sono fondamentali per uno sviluppo completo. Anche perché, come osserva Crepet, gli strumenti digitali tendono spesso a offrire soluzioni immediate, rapide, ma superficiali.
Qual è il guadagno per la crescita, sostiene Crepet, se un’app risolve un problema o se un video riempie ogni istante di vuoto? Smartphone e social media, di conseguenza, possono portare a una vera e propria atrofizzazione della creatività, con esiti anche più seri per quanto riguarda i bambini. Non a caso, infatti, secondo uno studio recente la Gen Z è la prima generazione meno intelligente della precedente. Colpa degli schermi e dell’abuso di dispositivi elettronici, certo, ma anche del contesto educativo e sociale nel suo complesso.
I bambini non devono essere perfetti
In effetti, continua Paolo Crepet, oggi sembra che i bambini debbano essere perfetti, fare tantissime attività, primeggiare sui compagni, e così via. Questa pressione, anche dovuta ai genitori, finisce per privare i figli di tutto ciò che caratterizza l’infanzia e poi l’adolescenza: il giusto ritmo della crescita, fatto anche di tempi vuoti, errori e libertà. L’idea stessa di perfezione, osserva Crepet, è figlia di un pensiero sempre più digitale, che tende a eliminare fragilità e imperfezioni invece di riconoscerle come parte essenziale dello sviluppo umano.
I bambini hanno diritto universale a chiacchierare, ridere, piangere, nascondersi, giocare. Hanno diritto all’infanzia, e l’infanzia è anche una favola, è magia. C’è invece chi vuole che tu sia gobbo, fermo, seduto su uno schermo e isolato.
Il messaggio è piuttosto chiaro: interagire con coetanei e compagni apporta vantaggi alla crescita che sono semplicemente impensabili con il solo aiuto della tecnologia. Eppure, oggi osserviamo sempre più spesso bambini e adolescenti la cui unica finestra sul mondo è lo smartphone o la lente dei social media. Il filtro rischia di diventare l’unico orizzonte di riferimento nella ricerca di una perfezione che non esiste, e che anzi può causare più danni di quanti benefici possa apportare.
E non è un caso che i recenti divieti di usare lo smartphone a scuola abbiano mostrato agli adolescenti della scuola secondaria un modo diverso di interagire fra loro, riportando al centro relazioni più dirette.
Come i social illudono gli adolescenti
Per quanto abbiano anche aspetti positivi, secondo Crepet i social media “restituiscono un’illusione malefica di perfezione”. In questo modo, le piattaforme alimentano un meccanismo di confronto sociale continuo, in cui il valore di una persona è misurato in like e approvazione esterna, e non nella qualità delle relazioni o delle esperienze. Un meccanismo che ricorda, per usare le sue parole, quello di un “distributore di merendine”: risposte rapide e immediate, che però non nutrono davvero. Un peso che può diventare insopportabile.
L’illusione dei social finisce, insomma, per contribuire alla ricerca spasmodica di modelli che di fatto sono irraggiungibili. La conseguenza è un aumento dei livelli di ansia e della frustrazione, dei casi di violenza fuori e dentro la scuola, così come del senso di inadeguatezza esistenziale. In un contesto del genere, i social media smettono di connettere persone diverse ma finiscono per connettere diverse solitudini.
Il messaggio finale di Paolo Crepet non si rivolge soltanto ai ragazzi ma chiama in causa tutti, dai genitori alla scuola. Questi ultimi non sono né possono rimanere spettatori passivi ma anzi devono dare il buon esempio, soprattutto con la tecnologia, e fornire modelli positivi di crescita. D’altronde, come lo stesso sociologo confessa: “Io dopo cinquant’anni ho capito che cercare la perfezione non ha senso”. Una lezione sempre più attuale.









