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OPINIONI

Il sistema educativo è morto 30 anni fa

Sempre più paesi stanno introducendo limiti all’uso dei social media per i minori, o ne stanno discutendo. Non si tratta più di un dibattito confinato agli esperti di tecnologia o agli studiosi dei media, ma di una questione che coinvolge direttamente famiglie, scuole e istituzioni. È il caso dell’Australia, prima al mondo, e della Francia che di recente si è espressa in tal senso. In generale, dopo anni di utilizzo incontrollato della tecnologia, la questione ormai è entrata nel dibattito pubblico.

Su questo tema è intervenuto anche Paolo Crepet, che in un’intervista al Fatto Quotidiano link esterno si è detto favorevole al divieto dei social per i più giovani. Allo stesso tempo, però, il sociologo e psichiatra non ha risparmiato critiche anche agli adulti, colpevoli di aver creato nel tempo le condizioni culturali e sociali che hanno reso possibile questa dipendenza.

Divieto è fallimento

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Nel suo ragionamento, Paolo Crepet parte da un punto fondamentale: di per sé, vietare di utilizzare i social media ai più giovani è una scelta necessaria. Opporsi al divieto, dichiara in un’altra intervista link esterno, vorrebbe dire ignorare i danni di un uso eccessivo delle piattaforme digitali, al contrario di Paesi come l’Australia e la Francia, in cui questa consapevolezza ha portato a norme più restrittive. Ma non è tutto qui.

Perché se da un lato è doveroso mettere un freno all’abuso della tecnologia, dall’altro lato una legge è di fatto una prova del fallimento educativo di una società. Significa che per anni non si è riusciti a gestire il fenomeno attraverso strumenti educativi, culturali e familiari. Vietare i social vuol dire quindi aver fallito nel gestire il fenomeno con strumenti pedagogici e culturali, all’interno del contesto scolastico. Continua il sociologo:

Il sistema educativo è morto 30 anni fa. Se qualcuno non se n’è accorto, è defunto a causa di tutto quello che abbiamo fatto – o non fatto – su famiglie, scuole, agenzie educative.

Se, come dice il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, i social aumentano l’aggressività dei giovani, allora è giusto introdurre divieti più stringenti oltre a quelli già in vigore. Eppure, continua Paolo Crepet, la colpa non può essere soltanto degli studenti: al contrario, la responsabilità principale è degli adulti.

La società e, in particolar modo, i genitori non hanno saputo prevedere le conseguenze di un’esposizione costante ai social media. In molti casi, l’accesso agli smartphone e alle piattaforme digitali è arrivato molto presto nella vita dei ragazzi, senza un vero percorso educativo che insegnasse limiti e consapevolezza. Piuttosto, hanno introdotto e normalizzato queste tecnologie prima ancora che i figli più piccoli iniziassero a usarle. Ma non solo.

Secondo lo psichiatra, che più volte si è espresso sull’argomento, hanno cresciuto dei figli a cui non sapevano dire di no finendo per criticare gli insegnanti ogni qual volta qualcosa non andasse secondo le loro aspettative. In questo modo si è progressivamente indebolita anche l’autorevolezza delle istituzioni educative. A farne le spese, come al solito, i figli.

È normale che, in uno scenario del genere, social media e intelligenza artificiale diventino una fonte di attrazione per gli adolescenti. Queste tecnologie offrono relazioni immediate, gratificazione veloce e una presenza costante, elementi che possono facilmente rafforzare una dipendenza che, già in nuce, ha tutte le caratteristiche per diventare problematica.

Meno tecnologia, più intelligenza

La scuola può intervenire vietando gli smartphone, certo, ma allo stesso tempo insegnando un utilizzo più consapevole della tecnologia. Non si tratta solo di limitare l’accesso ai dispositivi, ma di aiutare i ragazzi a comprendere come funzionano le piattaforme digitali e quali effetti possono avere sulle relazioni e sull’attenzione. A casa, però, sono le famiglie ad avere la responsabilità di abituare i figli ad un certo rapporto con i dispositivi elettronici, gli schermi, i social media.

Da questo punto di vista, genitori e insegnanti hanno un compito fondamentale: trasmettere ai giovani una consapevolezza che diventi individuale e guardi alla tecnologia in modo intelligente. L’obiettivo non è soltanto imporre regole, ma far maturare una capacità personale di autoregolazione. Continua Paolo Crepet:

Una persona intelligente dovrebbe capire da sola che stare 20 ore su 24 sui social ha conseguenze cognitive, relazionali, emotive. Non siamo più così intelligenti.

Anche se oggi si sente il bisogno di una nuova legge, che anche in Italia vieti i social ai più giovani, il dibattito riguarda una comprensione più ampia del fenomeno. Non si tratta soltanto di stabilire un limite anagrafico per l’accesso alle piattaforme. L’impatto che le nuove tecnologie hanno sui giovani e non solo, conclude Crepet, non può essere messo sotto il tappeto di un intervento normativo. Al contrario, serve un piano serio all’interno del quale genitori e insegnanti abbiano un loro ruolo. Che poi dovranno interpretare in modo corretto.

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