Più di 1 italiano adulto su 3 riesce a comprendere soltanto testi semplici e brevi, con informazioni basilari che non richiedono molta concentrazione. È questo il dato che emerge dal rapporto Education at a Glance 2025
pubblicato di recente dall’OCSE: una percentuale che fa riflettere, soprattutto per le ripercussioni sul lavoro, sulla vita in società e sulla partecipazione.
Il problema non riguarda tuttavia soltanto gli adulti: i giovani italiani utilizzano i social più per cercare follower che per formarsi, e persino il numero dei laureati è inferiore alla media europea. Da un lato, ancora oggi l’università rimane un privilegio di chi ha genitori laureati; dall’altro, la scuola obbligatoria viene erosa da scelte incomprensibili e perdita di ruolo degli insegnanti.
Più laureati, meno competenze STEM
Quando si guarda ai dati universitari e scolastici degli italiani, i dati sembrano non lasciare spazio a interpretazioni. Se infatti appena il 22% della popolazione fra i 25 e i 64 anni ha una laurea, nella fascia fra 25 e 34 anni la percentuale sale al 32%. Il valore arriva ad un 44% di italiani che hanno completato le scuole superiori ma, di contro, il 19% ha abbandonato gli studi senza un titolo secondario.
Com’è facilmente intuibile, la media europea resta lontana, così come la parità di genere: 4 donne su 10 sono laureate, contro poco più di 2 uomini su 10. Da questo punto di vista, poi, uno degli aspetti più problematici riguarda il rapporto tra famiglie e titoli di studio: il 63% dei giovani con almeno un genitore laureato arriva alla laurea, contro il 15% di chi ha i genitori senza neanche il diploma.
Piuttosto che rappresentare un ascensore sociale, insomma, la laurea conferma le differenze di partenza fino a rafforzarle. In più, solo il 21% degli italiani sceglie lauree STEM, contro un 36% di laureati in materie umanistiche e sociali. Eppure, la laurea rimane un titolo che assicura ancora un buon tasso di occupazione, al netto di stipendi che si mantengono molto bassi. Oggi un laureato guadagna in media il 33% in più rispetto ad un diplomato, contro un 54% in più della media OCSE.
Tradotto, in Italia studiare rende meno che altrove.
Allarme scuola e insegnanti
Come dicevamo nell’introduzione, il 37% degli adulti italiani ha competenze elementari in lettura e scrittura, di contro al 27% della media OCSE. Si tratta di un fenomeno ascrivibile al crescente analfabetismo funzionale, ossia alla difficoltà a comprendere testi complessi e agire di conseguenza.
Il problema nasce già in età scolastica e ha cause diverse, che vanno dagli scarsi investimenti nell’istruzione alla didattica ormai anacronistica. Senza dimenticare le ragioni sociali e culturali, per cui i ragazzi tendono ad utilizzare le nuove tecnologie più per la ricerca di follower che per la formazione.
Per quanto riguarda gli insegnanti, invece, dal 2015 la loro retribuzione reale è diminuita del 4,4%, contro all’aumento medio del 14,6% avvenuto in area OCSE. Gli insegnanti italiani hanno stipendi fra i più bassi in Europa, al contrario di altri sistemi, come la scuola estone e quella finlandese, famose per un diverso approccio all’istruzione e una diversa valorizzazione dei docenti.
Ampio margine di miglioramento
Per superare il divario che separa i dati italiani da quelli europei e di area OCSE, servono interventi e investimenti che guardino al lungo periodo. Non al domani ma al prossimo futuro, proprio a partire dalle spese per l’istruzione e dal rispetto per il ruolo degli insegnanti.
Stipendi in linea con la media europea e percorsi di aggiornamento costante sono l’unico modo per combattere l’analfabetismo funzionale sin dai banchi di scuola e rafforzare le competenze di base degli studenti. Soltanto con un vero riconoscimento sociale i docenti possono svolgere al meglio il loro lavoro, senza chiedersi perché mai hanno deciso di intraprendere quella strada. I dati del rapporto Education at a Glance 2025 mostrano un quadro che non si può certo dire sorprendente. Già il rapporto dell’anno precedente era arrivato a conclusioni molto simili, come simile rimane anche la soluzione: lavorare sul futuro a partire dal presente. Soltanto così sarà possibile costruire una società più stabile e, perché no, convincere un giovane laureato a rimanere in Italia piuttosto che andare altrove. Come oggi accade fin troppo spesso.










