L’insegnante è una figura estremamente importante nel percorso di crescita degli studenti e, indirettamente, nel progresso della società tutta. Nonostante ciò, spesso si tratta di un mestiere sottovalutato e sminuito, a cui non si riconosce il dovuto rispetto e dal quale di frequente si finisce per fuggire.
A far riflettere sono anche i numeri di una recente indagine, condotta negli USA, secondo cui negli ultimi anni quasi un docente su dieci si è licenziato dal proprio impiego. La ragione? Migliorare le proprie condizioni di vita e cercare stipendi più alti. Una situazione che, pur con le dovute differenze, ricorda molto quella italiana.
I risultati dell’indagine
A parlare delle scelte professionali degli insegnanti è la Teacher Follow-Up Survey
del National Center for Education Statistics, l’agenzia statistica principale del Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti. Secondo l’indagine, che risale al 2023, nel corso degli anni scolastici 2020/2021 e 2021/2022:
- l’84% dei docenti è rimasto nella stessa scuola;
- l’8% dei docenti si è trasferito in altri istituti;
- l’8% dei docenti ha abbandonato la professione.
Nel contesto delle scuole private, quest’ultimo valore sale al 12%, mentre una percentuale inferiore riguarda chi mantiene il posto e chi cambia istituto. Nell’uno e nell’altro caso, scuole pubbliche e scuole private, si tratta di dati che riflettono una crisi ormai in atto da diversi anni. Sia negli USA sia in Europa, Italia compresa.
Secondo un approfondimento del Sole 24 Ore
, infatti, diversi Paesi europei vedono diminuire costantemente il numero di docenti. Un problema che si aggiunge all’ormai carenza cronica di insegnanti nelle scuole e, allo stesso tempo, dipende da ragioni molto profonde.
Le motivazioni principali
Nel caso specifico statunitense, il rapporto del NCES analizza anche le ragioni che portano quasi un insegnante su dieci a lasciare la professione in modo volontario. Queste le motivazioni principali:
- ragioni personali, come problemi di salute, gravidanza o necessità di prendersi cura dei familiari, che contano per un 13% nelle scuole pubbliche e per un 24% nelle scuole private;
- desiderio di andare in pensione, che riguarda il 17% degli insegnanti nelle scuole pubbliche e il 13% di quelli nelle scuole private;
- bisogno di cambiare carriera, che incide per un 14% nelle scuole pubbliche e per un 10% nelle scuole private;
- ricerca di uno stipendio più alto, motivazione valida per il 9% degli insegnanti nelle scuole pubbliche e per il 17% di quelli nelle scuole private.
Allo stesso tempo, l’indagine NCES conferma come due insegnanti su tre che hanno cambiato occupazione hanno riscontrato un migliore equilibrio fra vita privata e lavoro. Ma anche qui ci sono sfumature che vale la pena menzionare: il 60% si è sentito più autonomo, il 58% ha trovato più gestibile il carico di lavoro, un altro 58% ha avvertito un aumento del proprio prestigio professionale. Dati che fanno riflettere molto.
La situazione in Italia
Pur nell’assenza di dati ufficiali o indagini approfondite come la Teacher Follow-Up Survey del NCES, anche in Italia c’è una situazione simile. Da anni ormai è noto come la professione sia ostacolata da burocrazie e incertezze continue, per non parlare del rischio di burnout dovuto anche al rapporto sempre più difficile con le famiglie e i genitori degli studenti.
Ad oggi quello dell’insegnante viene riconosciuto come mestiere usurante, in particolare quello alla scuola primaria. Eppure, questo riconoscimento non si è ancora tradotto in un reale miglioramento delle condizioni di lavoro, che dipendono anche dalla percezione culturale del ruolo dei docenti. A questo problema si aggiunge anche la retribuzione, fra le più basse in Europa: altro elemento che ci permette di trovare punti in comune con l’indagine del NCES.
E per quanto riguarda le soluzioni? Appare chiaro come sia necessario partire da un punto di vista sociale e culturale, di cui qualsiasi norma e qualsiasi legge sono sempre il riflesso. Detto in altri termini, dobbiamo ricominciare a considerare l’insegnante come una parte fondamentale del nostro quotidiano.
E non soltanto come uno strumento di educazione per i nostri figli. Utile a questo, e poco altro.










