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Ma Dad non significa disastro a distanza

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Ormai è un anno che i nostri giovani ed insegnanti sono costretti a studiare ed insegnare (prevalentemente) in modalità Didattica a Distanza (Dad). È noto quanto questa sia vantaggiosa in termini di contenimento dei contagi, ma essa pone anche fattori negativi altrettanto preoccupanti, non solo in termini di prestazioni da entrambe le parti (studio/insegnamento), ma anche per quanto riguarda la salute mentale di tutti, proprio tutti: studenti, insegnanti, ma anche genitori e parenti.

Cosa si può fare, quindi, per cercare di “alleggerire” l’attività in Dad? In una recente intervista link esterno al Corriere della Sera, Ernesto Burgio, pediatra ed esperto di epigenetica e biologia molecolare nonché membro del gruppo Covid della Sipps (Società italiana di pediatria preventiva e sociale), e a Dianora Bardi, ex professoressa, presidente dell’associazione ImparaDigitale ed esperta di progettazione di ambienti didattici digitali, hanno provato a dare dei consigli preziosi per consentire a chi vive con la Dad di trovare soluzioni a problemi sempre più comuni.

I primi consigli riguardano l’interazione con lo schermo del computer e del cellulare, e come questo può portare difficoltà fisiologiche, la più frequente delle quali è l’affaticamento degli occhi. A questo proposito, si consiglia, “se si usa un pc, 10 minuti di movimento ogni 2 ore di lavoro, postazione un minimo ergonomica per la seduta, tavolo e soprattutto buona illuminazione: possibilmente luce naturale, con la postazione frontale o perpendicolare rispetto alla finestra”.

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Per quanto riguarda il contatto con la luce blu, ovvero la luce che emettono i dispositivi digitali LED e LCD, e che è nota causare la cosiddetta “stanchezza cronica da schermo elettronico”, alla domanda “Gli occhiali che schermano la luce blu possono servire?”, gli intervistati rispondono negativamente, poiché al giorno d’oggi gli schermi possiedono già opzioni per filtrare la luce blu in luce arancione, la quale al contrario non disturba il sonno e non provoca stanchezza quanto la prima.

Riportano anche che, essendo diminuito l’utilizzo del telefonino in favore di quello del computer, che emette meno danni da campi elettromagnetici, il rischio di sovraesposizione è paradossalmente diminuito.

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Per quanto riguarda gli i problemi reali e gli effetti a lungo termine, si segnalano principalmente la passività dovuta al poco coinvolgimento ed interazione, che possono avere gravi conseguenze psicologiche. Per questo, dicono gli esperti, bisognerebbe impostare le lezioni in modo più dinamico e conciso, oltre che indicare agli “insegnanti come usare i materiali video link esterno, grafici, impostare gli argomenti, abbandonare la logica della verifica, abbracciare il coinvolgimento personalizzato.”

Consigliano inoltre agli insegnanti di sfruttare gli aspetti positivi della rete e delle tecnologie per rendere le lezioni più interattive e multisensoriali, di ridurre gli orari delle lezioni in moduli brevi da 20 minuti, ma più concentrati e diretti, di rendere ogni materia ed ogni argomento uno spunto di cooperare anche con gli altri docenti e quindi intrecciare le conoscenze; ma, allo stesso tempo, è buona cosa anche lasciare agli studenti una certa autonomia nell’organizzazione del lavoro, nella ricerca e nella riflessione, e nella socialità.

Infatti, concludono Burgio e Bardi, l’unico modo per far funzionare la Dad e non renderla disastrosa è ridurre lo stress, e ciò si può fare solo “basandosi sulla cooperazione e non sulla competizione, su nuove forme di valutazione, sulla visione di una didattica che mette al centro lo sviluppo di ogni singolo talento”. Insomma, per poter “sopravvivere” alla DAD, l’unica opzione disponibile è cambiare totalmente il modello scuola.

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